[ Giuseppe Arcimboldo ]
 

Giuseppe Arcimboldo, Autoritratto (1575 c.)

Narodni Gallery, Praga, Cecoslovacchia.

 

Giuseppe Arcimboldo e il Fantastico

di Pierluigi Albertoni

Differentemente da quanto comunemente si crede la pittura fantastica inizia con Arcimboldo e non con Hieronymus Bosch. Il grande artista olandese (Boscoducale, Brabante olandese 1453 - 1516) seppure indubbiamente ricco d’inventiva e di fervida immaginazione, non può essere considerato un artista d’Arte Fantastica, poiché, come fa giustamente notare, Renzo Margonari (Umanesimo e Fantastico, Edizioni Pinacoteca e Galleria d’Arte Contemporanea, Modena, 1996), Bosch è “un pittore integralmente simbolico” e la sua opera, è tesa a divulgare e a testimoniare le convinzioni filosofiche e religiose della sua epoca. Per rendersene pienamente conto basta osservare il suo trittico “Il giardino delle delizie” e vedere che i suoi mostri, le sue chimere,“il frutto di meravigliose e singolari fantasie più ripugnanti che piacevoli” non sono altro che il riflesso delle parabole evangeliche sulla morte e sulla scienza, anche se la scienza di allora era per lo più magia. Bosch semmai ha avuto il merito di dipingere l’uomo com’è interiormente e di sublimarlo con una poesia figurativa di grande sensibilità estetica.

 

Arcimboldo invece nella sua opera fa professione di pura invenzione tanto che usa il soggetto non come modello gnomico, psicologico, ma come pretesto all’invenzione e alla creatività. I suoi personaggi non si allineano alla veridicità della pittura ritrattistica dell’epoca, ma si alterano in una immaginifica irrealtà di nature morte e di composizioni floreali.

Figlio di Biagio, pittore accreditato preso la Veneranda Fabbrica del Duomo, Giuseppe Arcimboldo nasce a Milano nel 1527. Inizia la sua attività artistica nella bottega del padre per poi passare verso il 1562, a Vienna alla corte di Massimiliano II d’Asburgo. Seppure a testimoniare di questi suoi primi passi ci siano soltanto pochi esempi, per lo più cartoni preparatori di vetrate per il Duomo di Milano e per il Duomo di Monza, resta ancora a ricordo del suo estro e della sua capacità immaginifica il monumentale affresco nel transetto settentrionale, nel Duomo di Monza, rappresentante l’Albero di Jesse.

 

Decisamente diverso dalle crocifissioni tradizionali L’Albero di Jesse, non è che il prologo delle opere fantastiche che Arcimboldo dipingerà a Vienna, ossia, di quei pochi capolavori che fortunatamente sono giunti fino a noi tutti di contenute dimensioni (66 x 50 cm.), ossia i ritratti “allegorici” delle quattro stagioni e dei quattro elementi della cosmologia aristotelica: Aria, Fuoco, Terra, Acqua. Otto bizzarrie nelle quali si ammirano i particolari e la varietà brillante della tavolozza di Arcimboldo coniugati all’estrosità della scelta degli elementi dipinti. Fiori, per comporre la Primavera (Real Academia de Bellas Artes di San Fernando, Madrid), Frutta per l’Estate (Parigi, Louvre), Uva e frutti di bosco per l’Autunno (Parigi, Louvre), Rami e stecchi per l’Inverno (Vienna Museum).

Accanto ai ritratti delle stagioni si devono allineare Aria (Basilea, Collezione Privata), Fuoco (Vienna, Kunsthistorisches Museum), Terra (Collezione Privata), Acqua (Vienna, Kunsthistorisches

 Museum).

 

Ninfa Flora, Rodolfo II in veste di Vertunno, in cui l’invenzione compositiva ha forse il suo picco maggiore, Arcimboldo li dipingerà, nel 1587,  dopo il suo ritorno a Milano, cioè dopo il prolungato soggiorno viennese e dopo aver servito, con grande lustro, sia Massimiliano II, che Rodolfo II. Anzi, proprio con l’imperatore Rodolfo, Arcimboldo avvierà un’intesa umanistica tutto particolare, in quanto, entrambi, non soltanto concorderanno sul fantastico e il meraviglioso, ma si occuperanno e cureranno l’alchimia e le scienze naturali. A Praga, nella città magica per eccellenza, dove Rodolfo II aveva trasferito la corte, Arcimboldo disegnerà maschere e costumi per dame e cavalieri, e allestirà memorabili giochi e feste di corte. Memorabili saranno gli allestimenti ideati da Arcimboldo per le nozze dell’Arciduca Carlo di Stiria con Maria di Baviera, ne fanno fede i 148 disegni raccolti nel così detto Carnet di Rodolfo ( Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, Firenze, Uffizi).

 

 

Per tornare alle dieci tavole che fanno di Giusepe Arcimboldo un artista fantastico e lo mettono a capo di quella espressione artistica, occorre osservare che queste opere non sono soltanto bizzarre e insolite ma significano anche un esempio di imitazione e di scelta del genere da parte dell’arte ufficiale.

Allorché in arte si parla di generi e si fanno delle distinzioni s’incorre inevitabilmente nella contestazione che la classificazione è un modo di fare quanto mai settario e riduttivo. Ogni opera ed ogni autore valgono per quel che hanno di diverso e d’inimitabile da dire. Affermazione più che accettabile se non portasse a dover strutturare un’analisi esemplificativa. E’ pur vero che ogni artista vale per sé e che il suo solo referente è la sua opera, ma è altrettanto vero che per analizzare la singola opera è giocoforza specificarla.  Specie se si vuole illustrare le radici di un’espressione com’è il Fantastico che, forse, più delle altre, da adito a malintesi e compromissioni. Prima si accennava a Bosch, ma il discorso vale, in modo ancora più pregnante, per altri artisti che di volta in volta sono stati citati come capi scuola del fantastico.

 

I vari Jamnister, Teniers, Larmessin, Callot. Si pensi soltanto a Jacques Callot (Nancy 1592 –1635) e ai saltimbanchi e alle maschere del Ballo di Sfessania, in queste pregevoli incisioni il fantastico è ridotto soltanto ad un stravolgimento della realtà ad una deformazione di costumi e di personaggi in altro modo presenti nel teatro della commedia dell’arte o a quella “corte dei miracoli” che gravava nelle strade e nelle piazze di quasi tutte le città. 

Per scegliere il fantastico tra le bizzarrie della realtà è forse sempre valida la traccia sul fantastico di Caillois. Per il grande scrittore, sociologo e critico letterario francese (Reims 1913 – Kremlin-Bicetre 1978), il fantastico nasce da “un’interruzione insolita del mondo reale” con le varie possibilità d’intervenire sul reale e sul meta reale. Con la sua ricerca dei “fondamentali” Caillois analizza decisamente meglio di qualsiasi altro studioso del surrealismo e del Fantastico, gli stilemi e le cesure che nell’opera di un autore servono per poterla definire non soltanto opera di poesia, ma opera di fantastica poesia.

  

Proprio quanto è insito nelle poche tavolo di Giuseppe Arcimboldo la cui fama dopo la sua morte si disperse per diversi secoli, ma che ritornò nel giusto suo valore proprio con la critica del XX secolo sotto la lente critica del Surrealismo e con “la inquietudine esistenziale che essa seppe mettere in scena” 

 

 


 

 
 

 

 

     La Primavera (1573) Louvre, Parigi, Francia.

     L' Estate (1573) Louvre, Parigi, Francia.
   L' Autunno (1573) Louvre, Parigi, Francia.
    L' Inverno (1573) Louvre, Parigi, Francia.
    Aria (1566)  Private collection, Basilea, Svizzera.
    Terra (1570) Private collection, Vienna, Austria.
    Fuoco (1566) Kunsthistorisches Museum, Vienna, Austria.
    Acqua (1566) Kunsthistorisches Museum, Vienna, Austria.
 

      Priapo (Ortolano) (1590) Museo Civico Ala Ponzone,

Cremona, Italy.

    Il Bibliotecario (1566 c.) Skoklosters Slott, Balsta, Svezia.
    Vertumns (1590) Skoklosters Slott, Balsta, Svezia.
 
    Il Cuoco (1570 c.) Private collection, Stoccolma, Svezia.

     L' Avvocato (1566) Statens Konstsamlingar, Gripsholm        Slott, Stoccolma, Svezia. 

    Flora (1591 c.) Private collection, Pargi, Francia.