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Giuseppe Arcimboldo e il Fantastico
di Pierluigi Albertoni |
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Differentemente da quanto comunemente si crede la
pittura fantastica inizia con Arcimboldo e non con
Hieronymus Bosch. Il grande artista olandese (Boscoducale,
Brabante olandese 1453 - 1516) seppure indubbiamente
ricco d’inventiva e di fervida immaginazione, non può
essere considerato un artista d’Arte Fantastica, poiché,
come fa giustamente notare, Renzo Margonari (Umanesimo
e Fantastico, Edizioni Pinacoteca e Galleria d’Arte
Contemporanea, Modena, 1996), Bosch è “un pittore
integralmente simbolico” e la sua opera, è tesa a
divulgare e a testimoniare le convinzioni filosofiche e
religiose della sua epoca. Per rendersene pienamente
conto basta osservare il suo trittico “Il giardino delle
delizie” e vedere che i suoi mostri, le sue chimere,“il
frutto di meravigliose e singolari fantasie più
ripugnanti che piacevoli” non sono altro che il riflesso
delle parabole evangeliche sulla morte e sulla scienza,
anche se la scienza di allora era per lo più magia.
Bosch semmai ha avuto il merito di dipingere l’uomo
com’è interiormente e di sublimarlo con una poesia
figurativa di grande sensibilità estetica.
Arcimboldo
invece nella sua opera fa professione di pura invenzione
tanto che usa il soggetto non come modello gnomico,
psicologico, ma come pretesto all’invenzione e alla
creatività. I suoi personaggi non si allineano alla
veridicità della pittura ritrattistica dell’epoca, ma si
alterano in una immaginifica irrealtà di nature morte e
di composizioni floreali.
Figlio di
Biagio, pittore accreditato preso la Veneranda Fabbrica
del Duomo, Giuseppe Arcimboldo nasce a Milano nel 1527.
Inizia la sua attività artistica nella bottega del padre
per poi passare verso il 1562, a Vienna alla corte di
Massimiliano II d’Asburgo. Seppure a testimoniare di
questi suoi primi passi ci siano soltanto pochi esempi,
per lo più cartoni preparatori di vetrate per il Duomo
di Milano e per il Duomo di Monza, resta ancora a
ricordo del suo estro e della sua capacità immaginifica
il monumentale affresco nel transetto settentrionale,
nel Duomo di Monza, rappresentante l’Albero di Jesse.
Decisamente
diverso dalle crocifissioni tradizionali L’Albero di
Jesse, non è che il prologo delle opere fantastiche che
Arcimboldo dipingerà a Vienna, ossia, di quei pochi
capolavori che fortunatamente sono giunti fino a noi
tutti di contenute dimensioni (66 x 50 cm.), ossia i
ritratti “allegorici” delle quattro stagioni e dei
quattro elementi della cosmologia aristotelica: Aria,
Fuoco, Terra, Acqua. Otto bizzarrie nelle quali si
ammirano i particolari e la varietà brillante della
tavolozza di Arcimboldo coniugati all’estrosità della
scelta degli elementi dipinti. Fiori, per comporre la
Primavera (Real Academia de Bellas Artes di San
Fernando, Madrid), Frutta per l’Estate (Parigi, Louvre),
Uva e frutti di bosco per l’Autunno (Parigi, Louvre),
Rami e stecchi per l’Inverno (Vienna Museum).
Accanto ai
ritratti delle stagioni si devono allineare Aria
(Basilea, Collezione Privata), Fuoco (Vienna,
Kunsthistorisches Museum), Terra (Collezione Privata),
Acqua (Vienna, Kunsthistorisches
Museum).
Ninfa Flora,
Rodolfo II in veste di Vertunno, in cui l’invenzione
compositiva ha forse il suo picco maggiore, Arcimboldo
li dipingerà, nel 1587, dopo il suo ritorno a Milano,
cioè dopo il prolungato soggiorno viennese e dopo aver
servito, con grande lustro, sia Massimiliano II, che
Rodolfo II. Anzi, proprio con l’imperatore Rodolfo,
Arcimboldo avvierà un’intesa umanistica tutto
particolare, in quanto, entrambi, non soltanto
concorderanno sul fantastico e il meraviglioso, ma si
occuperanno e cureranno l’alchimia e le scienze
naturali. A Praga, nella città magica per eccellenza,
dove Rodolfo II aveva trasferito la corte, Arcimboldo
disegnerà maschere e costumi per dame e cavalieri, e
allestirà memorabili giochi e feste di corte. Memorabili
saranno gli allestimenti ideati da Arcimboldo per le
nozze dell’Arciduca Carlo di Stiria con Maria di
Baviera, ne fanno fede i 148 disegni raccolti nel così
detto Carnet di Rodolfo ( Gabinetto dei Disegni e
delle Stampe, Firenze, Uffizi).
Per tornare
alle dieci tavole che fanno di Giusepe Arcimboldo un
artista fantastico e lo mettono a capo di quella
espressione artistica, occorre osservare che queste
opere non sono soltanto bizzarre e insolite ma
significano anche un esempio di imitazione e di scelta
del genere da parte dell’arte ufficiale.
Allorché in
arte si parla di generi e si fanno delle distinzioni
s’incorre inevitabilmente nella contestazione che la
classificazione è un modo di fare quanto mai settario e
riduttivo. Ogni opera ed ogni autore valgono per quel
che hanno di diverso e d’inimitabile da dire.
Affermazione più che accettabile se non portasse a dover
strutturare un’analisi esemplificativa. E’ pur vero che
ogni artista vale per sé e che il suo solo referente è
la sua opera, ma è altrettanto vero che per analizzare
la singola opera è giocoforza specificarla. Specie se
si vuole illustrare le radici di un’espressione com’è il
Fantastico che, forse, più delle altre, da adito a
malintesi e compromissioni. Prima si accennava a Bosch,
ma il discorso vale, in modo ancora più pregnante, per
altri artisti che di volta in volta sono stati citati
come capi scuola del fantastico.
I vari
Jamnister, Teniers, Larmessin, Callot. Si pensi soltanto
a Jacques Callot (Nancy 1592 –1635) e ai saltimbanchi e
alle maschere del Ballo di Sfessania, in queste
pregevoli incisioni il fantastico è ridotto soltanto ad
un stravolgimento della realtà ad una deformazione di
costumi e di personaggi in altro modo presenti nel
teatro della commedia dell’arte o a quella “corte dei
miracoli” che gravava nelle strade e nelle piazze di
quasi tutte le città.
Per scegliere
il fantastico tra le bizzarrie della realtà è forse
sempre valida la traccia sul fantastico di Caillois. Per
il grande scrittore, sociologo e critico letterario
francese (Reims 1913 – Kremlin-Bicetre 1978), il
fantastico nasce da “un’interruzione insolita del mondo
reale” con le varie possibilità d’intervenire sul reale
e sul meta reale. Con la sua ricerca dei “fondamentali”
Caillois analizza decisamente meglio di qualsiasi altro
studioso del surrealismo e del Fantastico, gli stilemi e
le cesure che nell’opera di un autore servono per
poterla definire non soltanto opera di poesia, ma opera
di fantastica poesia.
Proprio quanto
è insito nelle poche tavolo di Giuseppe Arcimboldo la
cui fama dopo la sua morte si disperse per diversi
secoli, ma che ritornò nel giusto suo valore proprio con
la critica del XX secolo sotto la lente critica del
Surrealismo e con “la inquietudine esistenziale che essa
seppe mettere in scena”
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