 |
Living
Theatre |
 |
.Il
teatro della gioia e della rivoluzione nasce nei primi
anni 60 con The Brig, un’opera sulle condizioni
di vita in una prigione del Corpo dei Marines. Comincia
così, la fase Off Broadway che caratterizzerà il Living
come comunità itinerante radicale, pacifista,
libertaria. Il gruppo teatrale era nato però, parecchi
anni prima (1948), quando Julian Beck, un pittore
astratto, amico tra l’altro di Jackson Pollock, conosce
e sposa una giovanissima attrice: Judith Malina. Assieme
amano recitare, assieme credono nel rinnovamento della
scena mondiale, già iniziata, quasi mezzo secolo prima,
da altri geniali teatranti come Stanislavskij, Mejerchol’d,
Piscator, Brecht, assieme decidono di fondare un loro
teatro appoggiandolo soprattutto sulle teorie
rivoluzionarie del guru surrealista Antonine Artaud.
Aprono, così in uno scantinato in Wooster Street, un
teatro club per pochi abbonati. E’ la prima fase del
Living. Quella che parte stabilmente da Broadway, e che
ha come repertorio dei Nô giapponesi tradotti da Ezra
Pound, Sacre rappresentazioni medievali, testi di
Strindberg, Ibsen, e di altri autori contemporanei. Il
Novecento è Secolo di movimenti. La grande guerra
mondiale spaiando le carte ha insufflato nella gioventù,
specie europea, il desiderio di opporsi a tutte le
accademie e le mode prestabilite. A Zurigo un gruppo di
matti, capitanato da un sedicente poeta: Tristan Tzara,
dà vita a Dada. Lo scopo distruggere l’arte per
costruirne una nuova. E’ il 1915 quando il grande
movimento artistico europeo muove i primi passi avendo
come luogo deputato la cantina dell’osteria Meierei a
Niederdorf, il quartiere meno malfamato, della allora
malfamatissima, Zurigo. Al timone, di quello che passerà
alla storia come Cabaret Voltaire, il regista
Hugo Ball e la moglie Emmy Hennings attrice e cantante.
Con i signori Tristan Tzara, Marcel Janco e Max
Oppenheimer, i coniugi Ball mettono in scena la prima soirée Russa
con testi sintetici e il più possibile antiletterari.
Pretesti di battute e trovate talmente insopportabili e
urticanti che presto il pubblico, certamente non
preparato al rivoluzionario evento, risponderà alla
provocazione con zittii e lancio fitto d’ortaggi. E’
quanto gli organizzatori aspettano. La zuffa si accende.
E non sarà che il primo degli scontri fisici
dell’avanguardia mondiale. La bagarre come finale di
partita, rientrerà, infatti, anche nella poetica dei
Futuristi, e, per correlazione simpatica, dei
Surrealisti con il sanguigno Breton, gran pontefice,
rapido dispensatore di sonori ceffoni ai suoi
oppositori. Anche i pacifisti del Living non saranno da
meno. Beninteso senza l’agone di lotta. Peace and
Love è il loro motto: il leit motiv che
accompagnerà la loro crociata. Alla lotta fisica gli
sciamani del Living preferiscono esaltare alcuni tabù,
denigrare quei valori morali che da sempre erano
pilastri basilari nella civiltà americana. Erano gli
anni in cui la beat generation invadeva le
piazze. La guerra in Vietnam l’orco da esorcizzare. I
figli dei fiori sordi ai richiami della patria,
renitenti ad ogni chiamata di lotta e mobilitazione. Ci
si avviava alle manifestazioni politiche cantando e
strimpellando chitarre. Con in capo la bandana, e
addosso camicie colorate e calzoni a zampa d’elefante.
Marcuse teorizzava Eros eciviltà e dalla University
of San Diego, il movimento incitava all’anarchia e
alla disubbidienza sociale. E’ chiaro che simili
dissidenze non potevano passare inosservate. L’Us
Internal Revenue Service non trovando confacente
allo spirito patriottico l’antimilitarismo di Brig si
premura, infatti, a vietarlo e ad arrestare, seppure per
un breve periodo, Julian Beck e Judith Malina. Ma ormai
il sasso nello stagno è gettato. I fermenti di
cambiamento s’insinuano velocemente tra i giovani. Negli
anni sessanta con Conbendith e i profeti rivoluzionari,
vengono scanditi principi esistenziali. L’amore libero.
La liberazione della donna, l’antiviolenza,
l’opposizione sistematica ad ogni imposizione gerarchica
e statale. La scuola come diritto dello studente, le
fabbriche autogestite. Nelle strade di Parigi si alzano
barricate di cultura e di lotta. Anche in Italia Toni
Negri e la scuola di sociologia di Trento sprigionano i
primi virus di quella nefanda stagione armata che avrà
come inevitabile corollario le Brigate. In mezzo ad
esaltare gli animi con La fantasia al potere, il
Living con l’A di Theatre cerchiata, simbolo
dell’anarchia. E’ il momento di tutto e il contrario di
tutto. Paradise Now sarà la pietra miliare dello
scandalo. Si tratta di una rappresentazione semi
improvvisata in cui gli attori si spogliano, declamano
tabù sociali, irridono ogni idea borghese. E’ però come
sempre il “nudo” a far paura, a fomentare gli animi. La
morale bigotta non vuole abdicare davanti a quel gruppo
di esaltati, che si accarezza platealmente, mima
masturbazioni, si droga. La matrice del Living
anarco-pacifista diventa politico-antimilitarista con il
coinvolgimento mondiale di Collettivo Anarchico. Quando
nel 1968Paradise Now giunge in tourné in
Europa l’attesa è grande. I giovani sessantottini
seguono l’evento con convinta partecipazione. Quel
collettivo di monaci laici che snobbano i luoghi
deputati, recitano come si trovano nelle vie e nelle
piazze, affascina e rende il teatro un “bene
popolarmente consumabile”. L’abolizione del rituale
borghese viene visto come libertarismo; la recita un
“Rimprovero vivente” della cultura e delle leggi
vigenti. Paradise Now è il culmine del teatro di
lotta e della sperimentazione teatrale più alta. La
risata che Alfred Jarry, quasi mezzo secolo prima con il
suo Ubu Roi, aveva vaticinato. Il Re è nudo e se lo è
lui, tutti possono spogliarsi. Ma l’ubriacatura è di
breve durata. Già prima della fine del ’70 il Living si
trova in difficoltà. Ci sono le prime defezioni. Durante
una tournèe in Brasile (1971) alcuni attori vengono
arrestati. La compagnia subisce un grave colpo, ma
riesce a riorganizzarsi. Il suo verbo ha ormai assunto
spessore mondiale. Nuovi gruppi sono pronti a rilevarne
il testimone. Joseph
Chaikin (un ex attore del Living) fonda l’Open
Theater, Peter Schuman il Bread and Puppet. Nelle
cantine off - off di Roma se ne imitano le mosse.
Carmelo, Pompilio, Realino, Antonio Bene diventa il vate
di Campi Salentina. La Fede, il Beat ’62, Il Teatro
Laboratorio, i luoghi deputati. Non si recita più, si
gesticola, si decompone, si disarticola. La voce diventa
strumento base per fonemi. L’introspezione tripla come
macerazione dell’anima. Il teatro borghese tanto
denigrato riproposto nella versione della compagnia
amatoriale D’Origlia-Palmi. L’alto magistero del Living
barattato per un tozzo di pane. Jerzy Grotowski e il
teatro povero non sono che una decurtazione di una
metodologia impossibile d’insegnare. Il genio non è
mutuabile. E l’ubriacatura del nuovo teatro non ha
strumenti per storicizzarsi. La sua carica si esaurisce
ancora prima della morte di Julian Beck avvenuta nel
1985. Hanon Reznikov che gli succede si agita nella vana
speranza di ricompattare le fila, riportare il Living
agli onori iniziali. Ma ormai l’aurea magica se n’è
andata. I calzoni a zampa d’elefante sono stati
sostituiti da quelli strizzati a sigaretta. La moda deve
rinnovarsi per non perire. La fantasia al potere non ha
trovato il trono dove accomodarsi e il Paradiso per ora
deve ancora aspettare. Come spesso succede, il teatro:
arte flebile per antonomasia, si dimostra più coriaceo
del previsto. La Fenice risorge dalle sue ceneri. Il
mito si catalizza nella fantasia su vecchie foto
ingiallite e su filmati rigati e usurati. Il Living dei
ricordi aleggia nell’aria. I suoi principi estetici
trovano nuovi consensi, la sperimentazione altri geni.
Nekrosius è già pronto in Lituania a farsi apostolo
delle genti e con lui altri teatranti.
|
 |