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Fin
dagli albori della civiltà, l’uomo ha usato i segni per
comunicare e li ha usati in modo che convenzionalmente,
o inconvenzionalmente, venissero facilmente e
universalmente capiti. Ancora oggi, seppure ampliati e
modificati secondo l’esigenze del progresso, i segni
sono rimasti il sistema più immediato e più
universalmente applicato per veicolare idee, affermare
concetti, comunicare messaggi. Perfino la NASA, nella
necessità di tentare possibili approcci con qualche
(auspicabile) nuova civiltà, ha inserito sui suoi
vettori tabelle con
inciso pochi ma precisi segni: il
corpo umano nelle proporzioni del codice di Vitruvio, il
sistema solare, la molecola del DNA, la parabola del
telescopio. Segni facilmente decifrabili, intuibili da
qualsiasi essere pensante senza il bisogno di complesse
chiavi interpretative.
Specie
quando la ricerca si è incentrata sui segni alfabetici
in cui le lettere o i concetti (si pensi soprattutto
alla scrittura cinese) si inanellano su più segni ognuno
dei quali ha una valenza diversa. L’ideogramma
che ne deriva è risultante di un fluire rigoroso di
sequenza grafiche in cui la lettera non è più soggetto
e oggetto, ma può benissimo comprendere anche sostantivo
e predicato verbale. Un solo segno, quindi, capace di
codificare un intero concetto sostenendo, quasi da solo,
un discorso compiuto o in fieri. Un esempio abbastanza
significativo è l’ideogramma cinese: ambizione.
Esso è composto da un “tampone” che grava sul cuore. Per
i cinesi non esistono, infatti, distinzioni tra concetto
di “mente” e di “cuore” per cui l’ideogramma del loro
“ambizioso” è il simbolo “xin”: cuore, più un “blocco”
che lo comprime impedendogli di espandersi. Un sigillo
per arginare l’ambizione. Un modo significativo per far
capire che l’ambizione deve essere controllata e non
lasciata libera di alterare le umane aspirazioni.
D’altronde, un quattro per cento dei caratteri cinesi ha
questa caratteristica e i suoi pittogrammi (xiàngxingzì)
esprimono azioni e intenzioni compiute. Anche il
restante novantasei per cento è costituito da aggregati
(huìhìzi) i cui caratteri composti da uno o più
elementi indicano sia l’area semantica di appartenenza
sia la pronuncia con cui devono essere pronunciati, e
ciò nonostante i cambiamenti avvenuti nel tempo e la
differenza dei molteplici idiomi di quella vasta
nazione. D’altronde non sarebbe possibile diversamente,
specie tenendo conto che il Dizionario Kangaxi annovera
ben 47.035 lemmi; un numero impressionante specie se si
considera che anche oggi le parole di uso comune sono
almeno 2000. Numero certamente molto elevato specie se
lo si pone a contatto con i circa cinque-seicento
vocaboli solitamente utilizzati da un occidentale
erudito.
Per
tornare al segno e alla sua diffusione, basta guardarsi
attorno per capire quanto sia importante e che ruolo,
esso, giochi nell’attualità. Si vedranno segni da tutte
le parti. Una scia fitta di passaggio; il contesto di un
vissuto, o quanto meno la rappresentazione grafica di
una verità consociativa. I muri delle metropoli ne sono
la testimonianza. O meglio testimoniano quella
specificità comunicativa comunemente chiamata Tag. Con
Tag i writers, i mc e Breakers firmano il loro
passaggio. Spesso con lo spray facendo così divenire il
segno da loro tracciato una personale e autoritaria
motivazione occulta di squisite maniere, un nome che
definisce non solo una data persona, ma anche il suo
modo tangibile di caratterizzare la vita.
Anche gli
esponenti del graffittismo americano facevano uso dei
tags; Keith Haring il così detto radiant child li
usava. Notissime sono le sue composizioni, i suoi quadri
ricchi di invenzioni grafiche, le lavagne velocemente
segnate oggi vere e proprie opere d’arte metropolitana,
ma un segno(infantile, incerto, brutale) era anche
quello usato come corona di presentazione e d’intervento
da Jean-Michel Basquiat. Pittore e writers statunitense
di origine haitiana Basquiat raggiunse una notorietà
mondiale dopo la sua entrata alla Factory di Warol e
dopo aver esposto e firmato le prime composizioni fatte
a quattro mani con il maestro della Pop Art. Questo sarà
forse l’apice del segno nell’arte e il crinale non più
di spartizione tra il segno usato come mezzo
d’espressione e di personalità e il segno tout court
vale a dire il segno dominante ed esclusivo nella
dinamica compositiva del quadro. Con Haring e Basquiat
il segno è la costante dell’espressione del disagio
metropolitano, o quanto meno il mezzo di rottura con
tutto quanto era stato fino ad allora espresso e
concepito nell’arte dipinta e disegnata.
Segno
nichilista è anche il denotatore di molta altra arte del
Ventesimo Secolo. Poiché è proprio del Ventesimo Secolo
il segno come presenza dominante di alcuni tra i massimi
pittori. A cominciare da Picasso lo sperimentatore per
eccellenza per poi passare al compagno di strada e suo
connazionale Mirò, a Klee, a Dalì, fino agli artisti che
il segno non soltanto l’hanno usato nelle loro
composizioni, ma lo hanno eretto al centro della loro
stessa poetica. Fra tutti Hans Hartung (maestro di
Lipsia poi naturalizzato francese), il cui segno nero o
di colore scuro campeggia sulle sue tele e vi campeggia
fino all’ultimo, quando ormai condannato alla quasi
immobilità su di una sedia a rotelle, lo traccerà
utilizzando una specie di lunga canna idraulica. Con
quel prolungamento tecnico della sua mano Hartung
irrorava di colore grandi tele e poi le obliterava con
altre tracce scure verticali o orizzontali.
Per restare
in campo italiano, è obbligo ricordare i segni pregnanti
di Antonio Sanfilippo, Carla Accardi, Piero Dorazio,
Giuseppe Santomaso e per i grovigli Emilio Scanavino.
Con Scanavino il segno si fa scrittura, diventa una
specie di firma anche se non proprio un corsivo
baroccheggiante come quello di Georges Mathieu.
Calligrafista francese il cui principio fondamentale era
di far primeggiare il segno sul significato, Mathieu
amava esibire le sue strutture oggettuali con pochi
segni tracciati in pochi minuti durante un intervento
spettacolo.
Spettacolare
era, del resto, anche il dripping di Jackson
Pollock o le tracce semantiche di Mack Rothko. Le
colature di Pollock devono molto alla tecnica automatica
dei Surrealisti i quali, forse per primi, individuano
nel segno (tradotto poi nel gesto) l’importanza
dell’apparire più che dell’essere. E’ la sedizione in
arte della personalità a discapito della qualità, il
rumoreggiare per affermare quanto sottovoce non sarebbe
stato ascoltato e accettato.
Oramai
il segno si è emancipato e da complemento pittorico è
diventato oggetto a sé stante. Un passaggio di tono.
Un’azione progettata nel gorgo degli itinerari sociali.
Un momento di interpretazione lirica come può essere il
segno per Beatrice Caracciolo: conseguenza di stile che
emerge in movimentate ritmiche in collages di dipinti su
carta. La sequela di artisti “segnici” potrebbe
continuare. Basterebbe allagare soltanto di poco
l’angolo di lettura per inserirvi i Fontana, i Fautrier,
i Bissier e cosi via, in quanto il segno è ormai l’univa
valenza della comunicazione, il mezzo senza il quale,
oggi, nell’era della velocità e della rarefazione della
interscambiabilità, non si saprebbe come comunicare o
veicolare estetiche altrimenti mute.
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