M.Ray e M.Duchamp durante una partita a scacchi nello studio di Man Ray 

 Parigi, 1960

 

Marcel Duchamp dietro il suo

"Grande Vetro"   Parigi, 1961

Marcel Duchamp

 

 

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Spazzati via tele e cavalletti, colori e tecniche pittoriche dopo Marcel Duchamp l’arte figurativa mondiale si è trovata a fare i conti con gli oggetti più eterogenei e con le scoperte e le novità più spiazzanti.

Marcel Duchamp è stato (come recita la sua monografia) pittore, scultore, scrittore anche se l’opera che gli ha dato fama non è mai stata da lui né dipinta, né scolpita né tanto meno scritta. Lui non ha creato altro che un continuo gioco d’irrisione del mondo e dell’arte. In una delle sue celebri frase egli ha detto: “Mi sono costretto a contraddirmi per evitare di conformarmi ai miei stessi gusti” e, appunto per non conformarsi ai suoi stessi gusti, egli ha iniziato a degradare e ritoccare immagini, alterare congegni meccanici, elevare la sua stessa vita da flaneur (per molti anni ha giocato soltanto a scacchi) a un fatto d’arte.

Henri-Robert- Marcel Duchamp nasce il 28 Luglio 1887 a Blainville una cittadina della Normandia vicina a Rouen, quarto di sette figli. Suo padre Eugène Duchamp è notaio e sua madre è, la sensibile ereditiera, figlia di Emile Frédéric Nicolle (ricco agente marittimo, pittore dilettante). Marcel si trova così a vivere in condizioni agiate in una casa in cui la cultura ha un ruolo d’interesse di primissimo piano, tanto che, oltre a lui, anche i suoi due fratelli maggiori si dedicano all’arte. E non resteranno soli poiché anche Suzanne, la carissima sorellina, seguirà la loro carriera artistica. Gaston il primo fratello, nato nel 1875 si dedicherà soprattutto alla riproduzione di dipinti moderni con lo pseudonimo di Jacques Villon, e Raymond (nato un anno dopo), abbandonerà il corso in medicina a cui era iscritto, per scolpire, aggiungendo al suo nome Raymond Duchamp quel Villon già utilizzato dal fratello. Le prime prove di Marcel risalgono al 1902 Paysage à Blainville quando il maestro aveva appena 15 anni, niente di più di un quadretto (61x50) vagamente alla Monet. Né meglio si può dire con il Portrait père un ritratto del padre di sapore vagamente cezaniano. Anche Le buisson o il più composito e meglio costruito Sonate confermano, se ce ne fosse bisogno, che con quei dipinti, Marcel non avrebbe mai raggiunto la fama imperitura a cui anelava. Sia Le buisson (il cespuglio) che Sonate, il primo del 1910 e il secondo del 1911, appartengono al periodo parigino quando Duchamp aveva 23 anni e da poco aveva raggiunto i fratelli nella scapigliata capitale francese. Seppure piacevoli e di corretta scrittura queste prime opere di Duchamp risentono troppo dei fermenti della pittura dei Salon e non aggiungono o apportano nulla di nuovo all’arte non ufficiale. Occorre però dire che Marcel più di dipingere e disegnare, in quegli anni di vita parigina, trascorre gran parte della sua giornata nei bistrot senza l’assillo di dover coniugare il pranzo con la cena poiché abbondantemente foraggiato dal padre che gli passa centocinquanta franchi mensili. Sempre facendosi scudo dell’arte, Marcel riesce anche ad usufruire del congedo preventivo che il governo francese riconosceva agli artisti (la ferma era ridotta ad un anno invece dei due normali). Con le poche nozioni che ha di stampa, di lastre e d’inchiostratura si dichiara artista-incisore e si libera di ogni pastoia militare. Sempre in quegli anni comincia a collaborare con giornali satirici. Crea disegni umoristici che spesso accompagna con argute didascalie. La satira è senz’altro l’aspetto più rilevante della sua ricerca, tant’è che da essa non si discosta nemmeno quando, ormai sbarcato in America, stupisce e annichilisce il mondo dell’arte con quel suo orinatoio: la famosissima Fountain firmata R. Mutt, inviata, nel 1917, alla Societa degli artisti indipendenti di New York. Il trasferimento negli Stati Uniti è del 1915 dopo la decisione presa nella primavera di quell’anno per trovare quella pace che la Grande Guerra europea gli stava ormai negando. Alle spalle aveva lasciato alcune opere basilari come Nu descendant un escalier, n. 1 e 2; Le Roi et la Reine entourés de nus vite, Jeune homme triste dans un train, Le passage de la Vierge à la Mariée ormai considerati pilastri della pittura dinamica bidimensionale. Ed effettivamente le tele di Duchamp sono la lettura critica di quanto il mondo figurativo stava elaborando: cioè l’attuazione pittorica della cronofotografia sperimentata dal fisiologo Étienne Jules Marey. La velocità, l’immagine in movimento dei primi film, il bisogno impellente degli artisti di modificare la sequenza bidimensionale, è il nuovo credo al quale tutti i giovani sperimentatori d’immagini si vogliono avvicinare. I Futuristi ne fanno addirittura la ragione della loro poetica. In Italia, Giacomo Balla con Dinamismo di un cane al guinzaglio, (1912) ne darà una sua personale, pittorica interpretazione. Marcel Duchamp però non avrebbe il posto che oggi ha nell’arte se non avesse “scoperto” il Ready-made. La sua invenzione è perfetta per caratterizzare l’autore. Il flaneur che irride e deride il pubblico. L’artista che comprando degli oggetti, firmandoli e aggiungendo delle iscrizioni in inglese, rompe l’aurea mitica del CREARE. Con lui l’oggetto trovato si eleva ad opera d’arte, senza bisogno di nessun intervento aggiuntivo. “C’è un punto che voglio stabilire molto chiaramente ed è che la scelta di questi ready-mades non mi è mai stata dettata da qualche diletto estetico. Questa scelta è fondata su una reazione di indifferenza visiva, unita al tempo stesso a un’assenza totale di buono o cattivo gusto”. Sufficiente è il tocco, quello stesso “tocco creativo” che anni dopo, porterà Piero Manzoni ad inventare la “predella” sulla quale basterà salirvi per diventare artista. Dirà Duchamp: “Non c’è bisogno di capire il significato dell’opera, basta osservarla, per divenirne compartecipe”. E’ l’affermazione dell’arte fai da te con la sua moltiplicazione popolare. D’altronde è il credo propagato da Katherine S. Dreier, pittrice e mecenate americana, politicamente e socialmente impegnata sul fronte progressista. La stessa che con Arensberg e Duchamp fonderà la Society of Independent Artist di New York con lo scopo di organizzare mostre d’arte contemporanea senza più giuria, premi e altri segni di bieca sottomissione al potere dei mercanti e dei critici. The Big Show è aperto a tutti. Basta un piccolo contributo in denaro, e poi ogni “prodotto dell’adolescenza (o della senilità) depressa” può essere ospitato. Meglio se accompagnato da un gioco di parole. Come nelle pieces di Raymond Roussel costruite sulla tecnica dell’omofonia che Marcel distorce ancora di più per ottenere similitudini dai significati diversi. Molte delle frasi di Duchamp sono infatti intraducibili poiché comprendibili soltanto in francese. E’ il “grande gioco” che continua, il divertimento per gli amici, come il travestimento in Rrose Sélavy che accetterà nel 1920 per posare per Man Ray. Importante non è “creare” bensì scandalizzare. Diventare dalla sera alla mattina la Bête noire dell’arte moderna. Lo sfregio è la prassi. La pienezza dell’essere della vita in un flusso ininterrotto di anatomizzare, degradare, irridere. Così la Monna Lisa di Leonardo con barbetta e baffi, un assegno di banca per saldare il conto del dentista completamente ricoperto di disegni, La bagarre d’Austerlitz una finestra chiusa, la gabbietta di ferro piena di marmo tagliato a cubetti Why not sneeze Rrose Sélavy? Nihil suona valido e definitivo per la risata che si porta appresso. La berlina per quanto c’è “di più tradizionale e sacro”. Dall’arte all’anti-arte. In una girandola in cui tutti i valori etici e artistici sono distrutti. Lo straordinario è che l’antiartista Duchamp deroghi ai suoi principi per comporre Le Grand Verre. La grande opera su vetro La mariée mise a nue par ses Célibataires, même, quello che ormai unanimamente viene considerato il suo capolavoro. E’ proprio nel Grande Vetro che per ottenere una certa patina pittorica, lo lascerà esposto, appoggiato su cavalletti per un anno e mezzo con la finestra aperta, nell’atelier di Broadway. Soltanto dopo che Man Ray lo avrà fotografato, il maestro di Blainville lo pulirà ad eccezione dei coni sui quali, con un fissativo, fisserà la polvere. Queste parti dell’opera hanno così una sfumatura giallognola diversa dal resto del vetro per quel piacere casuale che le Grand Verre finito avrà. Durante il trasporto da Brooklyn ad una mostra l’opera, per un colpo il vetro s’incrinerà e si “arricchirà” di una fitta trama di fenditure. Il maestro accetta il volere del caso e dichiara, l’opera compiuta. Nel giugno del 1927 una nuova svolta. Il viveur, l’uomo che considerava il matrimonio una insopportabile “zavorra”, sposa Lydie Sarazin-Levassor figlia di un noto mercante di automobili. Per impalmarla abbandona, dalla sera alla mattina, Mary Reynolds, una giovane americana, sua amante da qualche anno. Nel 1954 convolerà in seconde nozze. La prescelta sarà questa volta Alexina Sattler Matisse detta Teeny. Una nuova moglie, ma non certo un nuovo modo di vita. Lui che mal sopporta lunghi legami e vincoli matrimoniali resterà sposato con Teeny fino alla morte (ottobre 1968). Da quel giorno comincia la canonizzazione. Nel 1969 si apre al pubblico la sala del Museo di Filadelfia con Dati:1° la cascata 2° il gas d’illuminazione; seguono una serie di esposizioni monografiche: nel 1973 al MoMA di New York; nel 1977 al Centro Pompidou di Parigi; nel 1993 Palazzo Grassi a Venezia e via, via in un crescendo inarrestabile in tutte le principali sede espositive europee e mondiali. Il successo è assicurato. Duchamp è diventato immortale. Il grande Vate della non arte è diventato l’artista più apprezzato! Il vento dell’avanguardia lo ha carpito e sollevato! Marcel Duchamp è il rappresentante per eccellenza dell’Arte del XX Secolo. Il taumaturgo del non fare, dell’irridere, del denigrare. Per uno che non credeva in quello che faceva un eccezionale successo!

Una vittoria più che meritata!

Chapeau!


(Pierluigi Albertoni)