Spazzati
via tele e cavalletti, colori e tecniche pittoriche
dopo Marcel Duchamp l’arte figurativa mondiale si è
trovata a fare i conti con gli oggetti più
eterogenei e con le scoperte e le novità più
spiazzanti.
Marcel
Duchamp è stato (come recita la sua monografia)
pittore, scultore, scrittore anche se l’opera che
gli ha dato fama non è mai stata da lui né dipinta,
né scolpita né tanto meno scritta. Lui non ha creato
altro che un continuo gioco d’irrisione del mondo e
dell’arte. In una delle sue celebri frase egli ha
detto: “Mi sono costretto a contraddirmi per
evitare di conformarmi ai miei stessi gusti” e,
appunto per non conformarsi ai suoi stessi gusti,
egli ha iniziato a degradare e ritoccare immagini,
alterare congegni meccanici, elevare la sua stessa
vita da flaneur (per molti anni ha giocato soltanto
a scacchi) a un fatto d’arte.
Henri-Robert- Marcel Duchamp nasce il 28 Luglio 1887
a Blainville una cittadina della Normandia vicina a
Rouen, quarto di sette figli. Suo padre Eugène
Duchamp è notaio e sua madre è, la sensibile
ereditiera, figlia di Emile Frédéric Nicolle (ricco
agente marittimo, pittore dilettante). Marcel si
trova così a vivere in condizioni agiate in una casa
in cui la cultura ha un ruolo d’interesse di
primissimo piano, tanto che, oltre a lui, anche i
suoi due fratelli maggiori si dedicano all’arte. E
non resteranno soli poiché anche Suzanne, la
carissima sorellina, seguirà la loro carriera
artistica. Gaston il primo fratello, nato nel 1875
si dedicherà soprattutto alla riproduzione di
dipinti moderni con lo pseudonimo di Jacques Villon,
e Raymond (nato un anno dopo), abbandonerà il corso
in medicina a cui era iscritto, per scolpire,
aggiungendo al suo nome Raymond Duchamp quel Villon
già utilizzato dal fratello. Le prime prove di
Marcel risalgono al 1902 Paysage à Blainville
quando il maestro aveva appena 15 anni, niente di
più di un quadretto (61x50) vagamente alla Monet. Né
meglio si può dire con il Portrait père un
ritratto del padre di sapore vagamente cezaniano.
Anche Le buisson o il più composito e meglio
costruito Sonate confermano, se ce ne fosse
bisogno, che con quei dipinti, Marcel non avrebbe
mai raggiunto la fama imperitura a cui anelava. Sia
Le buisson (il cespuglio) che Sonate,
il primo del 1910 e il secondo del 1911,
appartengono al periodo parigino quando Duchamp
aveva 23 anni e da poco aveva raggiunto i fratelli
nella scapigliata capitale francese. Seppure
piacevoli e di corretta scrittura queste prime opere
di Duchamp risentono troppo dei fermenti della
pittura dei Salon e non aggiungono o apportano nulla
di nuovo all’arte non ufficiale. Occorre però dire
che Marcel più di dipingere e disegnare, in quegli
anni di vita parigina, trascorre gran parte della
sua giornata nei bistrot senza l’assillo di dover
coniugare il pranzo con la cena poiché
abbondantemente foraggiato dal padre che gli passa
centocinquanta franchi mensili. Sempre facendosi
scudo dell’arte, Marcel riesce anche ad usufruire
del congedo preventivo che il governo francese
riconosceva agli artisti (la ferma era ridotta ad un
anno invece dei due normali). Con le poche nozioni
che ha di stampa, di lastre e d’inchiostratura si
dichiara artista-incisore e si libera di ogni
pastoia militare. Sempre in quegli anni comincia a
collaborare con giornali satirici. Crea disegni
umoristici che spesso accompagna con argute
didascalie. La satira è senz’altro l’aspetto più
rilevante della sua ricerca, tant’è che da essa non
si discosta nemmeno quando, ormai sbarcato in
America, stupisce e annichilisce il mondo dell’arte
con quel suo orinatoio: la famosissima Fountain
firmata R. Mutt, inviata, nel 1917, alla Societa
degli artisti indipendenti di New York. Il
trasferimento negli Stati Uniti è del 1915 dopo la
decisione presa nella primavera di quell’anno per
trovare quella pace che la Grande Guerra europea gli
stava ormai negando. Alle spalle aveva lasciato
alcune opere basilari come Nu descendant un
escalier, n. 1 e 2; Le Roi et la Reine
entourés de nus vite, Jeune homme triste dans un
train, Le passage de la Vierge à la Mariée ormai
considerati pilastri della pittura dinamica
bidimensionale. Ed effettivamente le tele di Duchamp
sono la lettura critica di quanto il mondo
figurativo stava elaborando: cioè l’attuazione
pittorica della cronofotografia sperimentata dal
fisiologo Étienne Jules Marey. La velocità,
l’immagine in movimento dei primi film, il bisogno
impellente degli artisti di modificare la sequenza
bidimensionale, è il nuovo credo al quale tutti i
giovani sperimentatori d’immagini si vogliono
avvicinare. I Futuristi ne fanno addirittura la
ragione della loro poetica. In Italia, Giacomo Balla
con Dinamismo di un cane al guinzaglio, (1912) ne
darà una sua personale, pittorica interpretazione.
Marcel Duchamp però non avrebbe il posto che oggi ha
nell’arte se non avesse “scoperto” il Ready-made.
La sua invenzione è perfetta per caratterizzare
l’autore. Il flaneur che irride e deride il
pubblico. L’artista che comprando degli oggetti,
firmandoli e aggiungendo delle iscrizioni in
inglese, rompe l’aurea mitica del CREARE. Con lui
l’oggetto trovato si eleva ad opera d’arte, senza
bisogno di nessun intervento aggiuntivo. “C’è un
punto che voglio stabilire molto chiaramente ed è
che la scelta di questi ready-mades non mi è mai
stata dettata da qualche diletto estetico. Questa
scelta è fondata su una reazione di indifferenza
visiva, unita al tempo stesso a un’assenza totale di
buono o cattivo gusto”. Sufficiente è il tocco,
quello stesso “tocco creativo” che anni dopo,
porterà Piero Manzoni ad inventare la “predella”
sulla quale basterà salirvi per diventare artista.
Dirà Duchamp: “Non c’è bisogno di capire il
significato dell’opera, basta osservarla, per
divenirne compartecipe”. E’ l’affermazione
dell’arte fai da te con la sua moltiplicazione
popolare. D’altronde è il credo propagato da
Katherine S. Dreier, pittrice e mecenate americana,
politicamente e socialmente impegnata sul fronte
progressista. La stessa che con Arensberg e Duchamp
fonderà la Society of Independent Artist di New York
con lo scopo di organizzare mostre d’arte
contemporanea senza più giuria, premi e altri segni
di bieca sottomissione al potere dei mercanti e dei
critici. The Big Show è aperto a tutti. Basta un
piccolo contributo in denaro, e poi ogni “prodotto
dell’adolescenza (o della senilità) depressa” può
essere ospitato. Meglio se accompagnato da un gioco
di parole. Come nelle pieces di Raymond Roussel
costruite sulla tecnica dell’omofonia che Marcel
distorce ancora di più per ottenere similitudini dai
significati diversi. Molte delle frasi di Duchamp
sono infatti intraducibili poiché comprendibili
soltanto in francese. E’ il “grande gioco” che
continua, il divertimento per gli amici, come il
travestimento in Rrose Sélavy che accetterà nel 1920
per posare per Man Ray. Importante non è “creare”
bensì scandalizzare. Diventare dalla sera alla
mattina la Bête noire dell’arte moderna. Lo sfregio
è la prassi. La pienezza dell’essere della vita in
un flusso ininterrotto di anatomizzare, degradare,
irridere. Così la Monna Lisa di Leonardo con
barbetta e baffi, un assegno di banca per saldare il
conto del dentista completamente ricoperto di
disegni, La bagarre d’Austerlitz una finestra
chiusa, la gabbietta di ferro piena di marmo
tagliato a cubetti Why not sneeze Rrose Sélavy?
Nihil suona valido e definitivo per la risata che si
porta appresso. La berlina per quanto c’è “di più
tradizionale e sacro”. Dall’arte all’anti-arte. In
una girandola in cui tutti i valori etici e
artistici sono distrutti. Lo straordinario è che
l’antiartista Duchamp deroghi ai suoi principi per
comporre Le Grand Verre. La grande opera su
vetro La mariée mise a nue par ses Célibataires,
même, quello che ormai unanimamente viene
considerato il suo capolavoro. E’ proprio nel Grande
Vetro che per ottenere una certa patina pittorica,
lo lascerà esposto, appoggiato su cavalletti per un
anno e mezzo con la finestra aperta, nell’atelier di
Broadway. Soltanto dopo che Man Ray lo avrà
fotografato, il maestro di Blainville lo pulirà ad
eccezione dei coni sui quali, con un fissativo,
fisserà la polvere. Queste parti dell’opera hanno
così una sfumatura giallognola diversa dal resto del
vetro per quel piacere casuale che le Grand Verre
finito avrà. Durante il trasporto da Brooklyn ad una
mostra l’opera, per un colpo il vetro s’incrinerà e
si “arricchirà” di una fitta trama di fenditure. Il
maestro accetta il volere del caso e dichiara,
l’opera compiuta. Nel giugno del 1927 una nuova
svolta. Il viveur, l’uomo che considerava il
matrimonio una insopportabile “zavorra”, sposa Lydie
Sarazin-Levassor figlia di un noto mercante di
automobili. Per impalmarla abbandona, dalla sera
alla mattina, Mary Reynolds, una giovane americana,
sua amante da qualche anno. Nel 1954 convolerà in
seconde nozze. La prescelta sarà questa volta
Alexina Sattler Matisse detta Teeny. Una nuova
moglie, ma non certo un nuovo modo di vita. Lui che
mal sopporta lunghi legami e vincoli matrimoniali
resterà sposato con Teeny fino alla morte (ottobre
1968). Da quel giorno comincia la canonizzazione.
Nel 1969 si apre al pubblico la sala del Museo di
Filadelfia con Dati:1° la cascata 2° il gas
d’illuminazione; seguono una serie di esposizioni
monografiche: nel 1973 al MoMA di New York; nel 1977
al Centro Pompidou di Parigi; nel 1993 Palazzo
Grassi a Venezia e via, via in un crescendo
inarrestabile in tutte le principali sede espositive
europee e mondiali. Il successo è assicurato.
Duchamp è diventato immortale. Il grande Vate della
non arte è diventato l’artista più apprezzato! Il
vento dell’avanguardia lo ha carpito e sollevato!
Marcel Duchamp è il rappresentante per eccellenza
dell’Arte del XX Secolo. Il taumaturgo del non fare,
dell’irridere, del denigrare. Per uno che non
credeva in quello che faceva un eccezionale
successo!
Una
vittoria più che meritata!
Chapeau!
(Pierluigi Albertoni)